Atemporale (componimento esplorimentale)

Questi versi nascono circa un mese fa, quando ho conosciuto una ragazza molto più giovane di me ed ho capito di essere il soggetto della sua infatuazione. Per tre giorni ho meditato parole, vagliato sentimenti con introspezioni scritte, lasciato che emergessero immagini dall’amalgama di tutto ciò. Atemporale è il risultato del processo, atemporale è il sentimento che ha dato slancio all’esigenza poetica, atemporale è il ricordo che io e quella ragazza avremo dell’incontro, intenso e drammatico: un po’ meno atemporale per lei, perché non sa che ho scritto questi versi.

Non possiamo amarci

Il fiume del tempo

Ha sponde troppo distanti.

Ninfea delicata, galleggi

Sui dubbi e le burrasche della giovane età;

eppure quanta, quanta beltà

nelle domande sincere, madide

d’una ingenuità che io ho perso,

e quale tenerezza sentirle  al vento

sposate e all’imbarazzo

d’un corteggiamento esitante.

Amarci non possiamo, e va bene,

dei tuoi libri e delle mie avventure

parleremo ancora e quando

raccontando ai figli cresciuti la storia nostra,

sul ricordo esitando ancora vivo sarà

questo presente, e la forma d’un sorriso assorto

avrà per qualche secondo.

Faro di Piave Vecchia

Un ronzio costante insidia 30039 dall’alto, un oggetto ad eliche è fermo sopra la sua testa scarmigliata. “Sembra un’ape gigante, a che serve questo drone bianco? Qualcuno osserva dalla telecamera che ruota a 360° gradi” volta la testa in direzione sud ovest, dove il faro spicca compatto e statico dal lembo di terra delineante la foce del Sile.  Nella spiaggia affollata da coppie, famiglie e lucertole da sdraio del fine settimana, 30039 siede su un rettangolo di asciugamano lontano dalla battigia. Chiudendo il quaderno amaranto libera le gambe dall’incrocio malfatto del loto e allunga i muscoli intorpiditi.

“Faro di Piave Vecchia, soggetto di tutti i disegni che ho trovato nell’appartamento, ammetto che la scoperta mi ha turbato e incuriosito non poco. Devo saperne di più, sia sul faro che sugl’ultimi inquilini dell’appartamento uno. Fare ricerca sul faro e domande discrete sul personale della scorsa stagione: da aggiungere all’agenda”. Ripone il quaderno nello zaino nero con l’incuranza precisa di chi ha trasformato una procedura in abitudine e alzandosi solleva il telo che scrolla come un lenzuolo appena tolto dall’oblò d’una lavatrice.

 

Uno dei baristi del chiosco, l’ultimo sul lungomare prima della foce del Sile, ha detto che il Faro è zona militare, presidio della capitaneria di porto. Calvo nella parte superiore del cranio e rasato a pelle ai lati, mento e zigomi appuntiti, smilzo, ha l’espressione dell’ostinato e il sorriso di persona buona che fatica per ottenere ciò che altri raggiungono con meno sforzi, forse 47 anni.

 Ho chiesto informazioni sul Faro tra un’ordinazione e l’altra, in specifico ho domandato se sia possibile visitarlo, magari con qualche tour guidato. Essendo zona militare però, è impossibile, tuttavia non è indispensabile, ho lasciato parlare la curiosità bollente.

 Tornando all’introspezione,  doveroso annotare ciò che oggi mi è stato raccontato dal gestore del chiosco in piscina. Anche lui ben oltre i quaranta, segaligno e slanciato, sempre in creca di ostacoli da saltare con mosse improvvisate di parkour o notizie bizzarre su internet; assomiglia ad un attore che adesso non ricordo. Stavamo parlando del progetto, raccontare la figura dell’assistente bagnanti partendo dalle differenze rispetto ai colleghi conosciuti fino ad ora, eravamo appoggiati al bancone di marmo scuro in un momento di quiete assoluta: nessuno in acqua e solo tre persone sui lettini. Mi ha raccontato che ci sono due “bagnini”che mi somigliano molto nello stile di vita, ovvero vestiario e interessi, modo esprimersi ed esperienze simili. Li conosce bene, fanno servizio al mare, Torrette 7 e 13. Devo parlarci, per raccontare una storia è importante raccogliere materiale: intervista a bagnini, da aggiungere all’agenda.

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Nota 21/05/17

 

Mentre chiude il quaderno e ripone le penne nell’astuccio di tela rossa e marrone guarda ancora il faro “nessuno dei disegni è datato, anche se raccolgo informazioni sugl’inquilini dell’anno scorso non è sicuro che l’autore sia uno di loro”.

Cenno di saluto al barista del chiosco. Si allontana con andatura calma e costante, stringendo tra le mani abbronzate le cinghie dello zaino.

Assistente Bagnanti al chiosco lungomare

Basta un chiosco lungomare, i colori d’un pomeriggio sereno, uno spritz campari e il tempo libero appena finito il turno per raggiungere la condizione in cui posso affermare senza riserve d’esser felice.

2017-05-16 21.37.36Una distesa di quieto blu omogeneo il mare, acqua trasparente e orizzonte netto. La selezione musicale del chiosco è adeguata in ogni momento del giorno, funk, jazz, bossa nova, omogenei al ciclo del sole, in osmosi all’intensità del calore, calibrati al passo delle ombre. Almeno per oggi basta questo, domani chissà. D’estate il corpo si libera dalla mediazione dei vestiti, il piede radice nuda su sabbia e mattonelle fresche, la pelle sensore alla carica solare e l acqua marina, amniotico primordiale in cui tuffarsi e nuotare in giornate così.

Liberarsi, in questo caso da impegni e indumenti,  è anche librare, ovvero equilibrio momentaneo dell’organismo, inteso come insieme armonico, in cui tutto l’essere pensabile e percepibile in un momento è l’armonia in una canzone, quello che i mistici non descrivono ma mostrano con esempi, ciò a cui la filosofia si approssima e quel che nei libri rimane sottolineato.

Il sole  sceso nel frattempo, musica più bassa, FRSH di setole sul terreno e ombrelloni chiusi, l’ombra ha coperto spiaggia e umani che tornano dalla verso il chiosco carichi di lettini borse e asciugamani: non ho fatto il bagno.

Nota del 16/05/17 su quaderno Amaranto

Assistente Bagnanti Quando Piove

La piscina dove 30039 è di servizio si trova dentro un campeggio a cui si accede da porte scorrevoli situate lungo un perimetro di rete metallica, addolcito nell’aspetto da folte aiuole. La porta si apre passando un chip su una piastra luminosa sporgente dallo stipite. Ogni chip ha un numero ed è posseduto solo dal personale o dagli ospiti del campeggio; 30039 è il codice identificativo sul chip del bagnino che siede in silenzio osservando la piscina vuota.

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Scirocco a 17 nodi agita il mare e oscura il cielo, acqua 17°, piogge lievi e intermittenti. Qualche gabbiano atterra ogni tanto sul bordo della vasca e beve guardando intorno con movimenti scattanti tipici degli uccelli.

“I miei colleghi si annoiano durante giornate così, eppure a me piacciono tanto perché sono occasioni per dedicarsi senza distrazioni ai propri interessi, come lettura, riflessione serendipica, acrobazie dell’immaginazione da trasformare in testi, insomma come fossero tempo libero pagato. In nove anni di questo mestiere mai ho trovato un collega che mi somigliasse su questo aspetto, ho condiviso soprattutto serate in locali, giornate al mare, chiacchiere del più e del meno, racconti di vita e confessioni, mai qualcosa riguardante letteratura, storia, filosofia e altre simili espressioni dello spirito umano che sfidano il pensiero e innescano curiosità. I colleghi conosciuti si somigliano tra loro nel carattere e nelle attitudini, tanto che ho spesso ceduto alla tentazione di associare l’assistente bagnanti ad un tipo di persona, ovvero chiunque faccia questo mestiere ha x caratteristiche. Esiste uno stereotipo dell’assistente bagnanti (erroneamente chiamato bagnino), molto prossimo alla realtà nella maggior parte dei casi, funzionante nella coscienza di chi assistente bagnanti non  mai stato. Spesso mi hanno detto che da tale stereotipo mi distacco, dunque sarei un assistente bagnanti ATIPICO. Esplorare questa identità atipica sarà lo scopo degli appunti che scriverò sul quaderno nuovo” controlla l’ora con rotazione studiata del polso destro, alzandosi estrae un poderoso mazzo di chiavi dalla tasca e indossa lo zaino. Chiude la porta a vetri della palestra dove era seduto al riparo dalle intemperie, guarda il quaderno amaranto che ha lasciato volutamente sulla sedia: una giornata lavorativa è finita, un esplori mento è iniziato.

Matteo Giustini: un’intervista

Conosco Matteo Giustini da molti anni, abita vicino alla casa dove sono cresciuto, in Toscana. Da piccoli ci vedevamo nel giardino sotto casa di mia nonna, dove giocavo a pallone con suo fratello ed il cugino. Crescendo l’ho incontrato sempre meno fino a quando, due anni fa, iniziai a vederlo almeno tre giorni a settimana nello stesso posto, sempre alle 18:30 circa.

Ero appena tornato da Bologna, andavo spesso alla biblioteca comunale in cima al corso e rimanevo lì dalla tarda mattina fino alle sei. Uscivo poi diretto alla fermata della corriera, la stessa che riportava Matteo a casa dopo il lavoro, quasi tutti i giorni. Così ci siamo ritrovati, dalle conversazioni durante l’attesa o lungo il tragitto è nata l’idea di una intervista breve su un aspetto del suo carattere che emergeva costantemente, con molteplici sfumature: l’ironia.

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Matteo Giustini

Mi hai detto che per te è la prima volta, mai intervistato prima, ti assicuro che non c’è niente di difficle, per empio, per esempio, se dovessi presentare te stesso, Matteo Giustini, ai lettori di Esplorimentale, cosa diresti?

 

Beh, non saprei da dove partire, menomale che era semplice. Parto dalle informazioni da carta di identità. Ho 25 anni, vivo a Quarata, un piccolo paese in provincia di Arezzo. Lavoro in una azienda orafa, al computer. Uso uno scanner tridimensionale che permette di immagazzinare in un database prototipi di gioielli realizzati a mano. Non ho fatto una scuola apposta, ho preso al volo una occasione partendo dalla passione che ho per l’informatica, il resto l’ho imparato dalla pratica e osservando i colleghi. Ho un carattere molto forte, vedo le difficoltà come occasioni per mettermi alla prova, insomma non vedo problemi irrisolvibili quando si tratta di questioni su cui posso intervenire, per me è una questione di approccio verso un problema. In sintesi, se un problema è irrisolvibile è inutile prendersela, e se esiste una soluzione, pur remota che sia, è solo una questione di tempo, dunque è altrettanto inutile prendersela: preferisco scherzarci sopra, così l’umore si alleggerisce e si pensa meglio.

 

Mi sembra un approccio saggio, così veniamo al punto. Emerge spesso questo tuo modo di affrontare le situazioni, non esiterei a definirlo ironico, dunque ho selezionato tre frammenti di altrettanti autori, scrittori in questo caso, che ti leggerò. Questi aforismi riguardano l’ironia, tu mi dirai quale si avvicina di più al tuo modo di intendere questo concetto.

 

 Così mi risparmi l’imbarazzo di pensare ad una definizione soddisfacente.

 

Il primo è di Ignazio Silone: Dato che il patetico non può essere espulso dalla vita umana, per renderlo sopportabile mi pare che sia sempre utile accompagnarlo con un po’ di ironia.

Poi: L’ironia è il contropelo della verità, di Roberto Gervaso.

Infine: L’ironia e l’intelligenza sono sorelle di sangue. Johann Paul Richter.

 

 C’e della verità in tutte, però preferisco la seconda. Questo perché parto sempre dalla verità quando faccio le mie battute, in questo caso la mia condizione fisica e quel che comporta. Ciò che fa ridere e smorza situazioni di imbarazzo è proprio questo, che capovolgo la verità provocando la risata di chi non sa come comportarsi in relazione alla mia disabilità.

 

 Se ricordi almeno tre esempi di situazioni simili, ti va di raccontarli?

 

Certo. Ero alla fermata dell’autobus e c’era una donna che non conoscevo. Ha iniziato a parlarmi, come ti chiami, cosa fai nella vita, insomma chiacchiere da attesa alla pensilina. La vedevo stanca, aveva voglia di parlare. Ad un certo punto mi dice con insistenza e gravità che camminare è faticoso, al che io ribatto spontaneamente così: dillo a me, io infatti uso le ruote. Inizialmente era imbarazzata, sicuramente pensava di aver fatto una gaffe, ma per me era normale ed entrambi abbiamo riso.

Una sera ero al pub con degli amici. Entra un ragazzo che camminava in maniera sbilenca. La mia amica dice, ma quello come cammina? Io: ti lamenti di lui? Ed io che devo dire che a 26 anni non ho ancora imparato? Mi sono beccato un sorridente te non sei mica normale.

Ero in discoteca, sia avvicina una ragazza mentre ero in pista con i miei amici che mi facevano un cerchio intorno, come le guardie svizzere al papa. Insomma lei con insistenza dice che mi ammira, che faccio bene a vivermela nonostante tutto, che ci tiene a dirmelo, che sono un grande. Alla fine le dico, ti ringrazio, ma se volevi baciarmi non c’èra bisogno di tutta sta premessa: mi sono fatto una bella limonata quella sera.

 

Esempi efficaci direi. In conclusione Matteo, puoi descrivermi in breve in cosa consiste la tua disabilità?

 

 Sono nato con una Artrotriposi sclerosi multipla congenita. Non è una malattia rara, ma nella forma che ha colpito me lo è, perché interessa tutto il corpo, non alcune parti soltanto come nella maggior parte dei casi. I muscoli si irrigidiscono deformando le articolazioni. Mi sono adattato alla mia condizione, non la vivo più come un problema, nella maggior parte dei casi il problema è in chi non conoscendo cosa (o non impegnandosi per conoscere) implichi tale condizione, non sa come comportarsi e compatisce o diventa eccessivamente servizievole: due cose che non sopporto.

 

Cosa vorresti fare da grande?

 

Ora non saprei, per adesso va bene quel che faccio. Da piccolo dicevo che avrei voluto fare il dottore, cos’ le mani addosso me le mettevo da solo.

 

 

Proprio da quando sono tornato ad Arezzo penso spesso che ho perso quell’ironia che già prima non avevo, ovvero mi prendo troppo sul serio, tanto da rendere dannosa una questione risolvibile con una battuta ben fatta.

La maggior parte di quelli che consideriamo problemi sono spesso frutto di una sorta di ostinazione del pensiero, una incapacità momentanea di cambiare l’approccio ad una questione, come il frettoloso che sbraita in fila, oppure il vacanziere che trova la pioggia al mare, chi non può comprare immediatamente qualcosa, chi vorrebbe essere più di quanto può permettersi, quelli che demordono e languiscono nella lamentela che suscita l’appagante compassione altrui.

Ho voluto scrivere questa intervista con la funzione di promemoria, spesso una risata apre le porte che un atteggiamento serioso serra.

Sulla Fotografia

Da quando ho ricevuto la prima macchina fotografica, qualcosa è cambiato. Sono passate due settimane da quel momento, quasi ogni giorno la porto con me e passo ore a studiarne il funzionamento.  Si può dire che sia diventata una fissa, ma non sarà semplicemente temporanea come molti ninnoli lo sono per i bimbi. Quando dedico il tempo alla fotografia, significa che esco ed osservo, una sorta di meditazione in cui il rumore di altri pensieri è attenuato, fino a scomparire certe volte. Osservare, significa in questo caso lasciare che qualcosa catturi l’attenzione tanto da trattenermi nel tentativo di guardarlo in vari modi. Più basso, quindi mi accovaccio; diritto, cercando la simmetria; un 3/4 per esaltare il gioco di luci; più lontano, camminando all’indietro, più vicino, già con occhio affondato nel mirino. Capita che l’inquadratura migliore richieda una posizione inusuale o scomoda, per esempio sdraiato sui sampietrini nel centro storico di una città o accovacciato da qualche parte insieme alle colombe: dunque alla foto partecipa anche il corpo.

Da quando ho ricevuto la macchina fotografica, non vedo più luce e ombra, ma luci ed ombre, anche i colori sono più eloquenti e spesso, invece di vedere soltanto, il circuito occhio-cervello compone delle vere e proprie scene. Dunque capita spesso che mi accorga di un cambiamento nel modo di osservare, quando mi accorgo di girare intorno a qualcosa, come ieri sul sagrato del duomo con la statua del duca, o con ostinazione fissare e compiere movimenti bislacchi (immagino che così possano sembrare per un osservatore che non veda pendere dal collo una macchina fotografica) con occhi puntati su un soggetto.

Un amico che lavora come fotografo da anni, dice sempre che fotogrfare è “scrivere con il tempo e con la luce”. Ora più che mai concordo con lui e capisco profondamente queste parole. Il risultato di uno scatto, è anche una combinazione tra parametri come ISO (sensibilità del sensore alla luce), Apertura (quantità di luce passante attraverso una membrana circolare, il diaframma), l’Esposizione, ovvero quanto tempo rimane aperto l’otturatore lasciando passare luce fino al sensore. Cambiando combinazioni tra questi parametri, è possibile stravolgere la stessa inquadratura, più scura, molto chiara, con rumore o senza, colori meno caldi o meno freddi, insomma si può comporre similmente ad un testo, fino a scoprire un proprio stile.

La fotografia ha cambiato non i miei occhi, bensì il rapporto di essi con il fenomeno della natura di cui sono sensori: la luce. Per questo motivo non abbandonerò facilmente questa esilarante novità: un altro campo di possibilità è aperto all’esplorimentazione.

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L’ingresso degli alloggi nella Escuela de Surf La curva, Loredo, Spagna. Avevo la macchina da due giorni, appena partito per una full immersion di tre giorni in una delle attività che preferisco, il Surf.

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L’interno della casa.

 

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Il primo tentativo di composizione nel giardino della surf house.

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Il momento del colore seppia e l’inseparabile e fidato  compagno di viaggio.

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Il rudere di una casa nel parco Baden Powell a Milano.

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Il primo controluce paesaggistico a Montecchio, provincia di Arezzo.

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Dettaglio di cartello lungo la via verso la vetta del Pratomagno, provincia di Arezzo.

 

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Una foto che mi piace parecchio, di qualche giorno fa, intitolata Primavera a Spasso.