Intervista ad Artkademy

Ero ad una festa in giardino, zona navigli, domenica pomeriggio soleggiata e clima mite. Sentivo musica provenire da una zona oltre il corso d’acqua che segna il limite del giardino: ho seguito la sorgente sonora incuriosito. Oltre il cancello d’ingresso, circa 100 m sulla sinistra, uno spigolo di mura completamente dipinte crea l’angolo di via Bussola, tra i disegni campeggia la scritta Artkademy. Il cancello era chiuso e anche le porte affacciate sulla corte interna, ho provato a suonare senza ottenere risposta. Tornai verso la festa con il tramestìo della curiosità insoddisfatta, quindi appena arrivato a casa iniziai una ricerca.

Non ebbi difficoltà a trovare il sito, si presentano come Officina Creativa Italiana, al lato sinistro della home page convivono le parole Street Art, Riqualificazione Urbana, Formazione, Mostre Eventi e Marketing. Mi ero appena trasferito da una città in cui il discorso politico aveva infiammato l’opinione di molti cittadini intorno all’argomento della riqualificazione, un discorso che amalgamava parole come decoro e graffiti, opera d’arte e spazi urbani, street artist e vandali, livellandone il significato fino a perdere la visione di insieme su un fenomeno sociale complesso. Insomma, da una parte la giunta comunale asseriva che il decoro “è bianco” facendo di tutti i segni murari una massa indistinta, annunciando abbattimenti e così via, dall’altra una parte della comunità difendeva lo status delle opere in quanto forma d’arte, raccogliendo firme per una petizione.

È possibile che una realtà come Artkademy abbia trovato una sintesi tra istituzione, comunità, arte muraria e impresa? Dal sito così pare, pensai. L’indomani li contattai, senza difficoltà fissammo un appuntamento per una intervista la settimana successiva: se una esperienza di questo tipo esiste, è bene raccontarla anche alla mia città, chissà che possa servire, anche solo per trovare un disaccordo.

Ad accogliermi c’è Ivan, uno dei Fondatori di Artkademy, dipinge poesia in strada, pratica la sua arte e sviluppa la propria ricerca dal 2002.

Cos’è Artkademy?

È una società costituita nel 2015, composta da due associazioni culturali e 8 soci. Si tratta di una sintesi di esperienze di produzione e gestione precedenti, realizziamo opere di arte pubblica su committenza, abbiamo lavorato con ENI e il comune di Milano per esempio, si tratta di veri e propri progetti imprenditoriali dove usiamo i muri come spazio di comunicazione. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri spazi ad autori ed artisti che, una volta tesserati, possono utilizzare i laboratori per organizzare corsi, di scrittura per esempio, oppure utilizzare il salone per organizzare una mostra; crediamo che l’interdipendenza dei saperi e delle capacità sia un valore culturale importante per la produzione di società.

Hai detto che avete lavorato con il comune di Milano; nella mia città invece, si è formata da qualche mese una contrapposizione tra sostenitori dell’arte urbana e i detrattori, da una parte un segmento della comunità e dall’altra il Comune, i primi vogliono preservare alcune opere di artisti famosi, dall’altra si è pronti a imbiancarle o demolire le mura per agevolare passaggi a parcheggi. Che ne pensi di questa opposizione che, a come sembra, Artkademy ha superato?

Neanche per noi è stato immediato, non sono mancati momenti di conflitto con l’istituzione. L’arte Urbana di cui parliamo è un fenomeno sociale vecchio quanto il muralismo inteso in senso generale, solo che oggi il suo linguaggio, le icone, le materie sono diverse da come erano in passato. Il fatto che le nuove espressioni vengano comprese è frutto di un processo i cui tempi possono essere diversi da luogo a luogo. In una zona come la Toscana, culla del mantenimento dell’arte storicizzata, una forma nuova di espressione come la street art verrà compresa ed accettata più lentamente nell’immaginario comune. Se ad Arezzo avete un collettivo murarista, potreste proporre progetti presentandoli in una ottica di continuità con la tradizione, inserire le proposte in un paradigma più ampio, ovvero ciò che hanno dipinto Eron, Sten & Lex, Moneyless non è diverso da quello di Piero della Francesca per esempio, considerando che quest’ultimo dipingeva intere facciate su commissione dei più grandi produttori di arte muraria della storia, la chiesa e la nobiltà. Più che altro, qui stiamo parlando di arte pubblica, quindi c’è un terzo ingranaggio nel meccanismo che deve essere considerato: la comunità. Mi è capitato di realizzare opere commissionate dal comune, che ho dovuto rimuovere perché condomini e abitanti del quartiere mi hanno detto che non la volevano. Viceversa sono stato chiamato da inquilini di un palazzo per rifare una scritta che era stata tirata grigia su iniziativa legale dell’amministrazione, ciò perché quella scritta era per loro segno di identità collettiva. Quindi, più che lo status dell’opera e dell’autore, che comunque hanno un valore nella valutazione di un’opera, è importante focalizzare l’attenzione sull’idea di rappresentanza, sondare l’opinione delle persone riguardo a quelle opere murarie. L’istituzione opera per delega della comunità di cui è espressione, quindi la legittimità del suo operato dipende da quanto esso rispetta i bisogni e le istanze della comunità. Se in quelle opere la comunità riconosce un tratto della propria identità culturale, sarà illegittima dunque l’azione di rimuoverle da parte di una amministrazione. Dunque corrispondere ad una idea di decoro, di estetica o di status dell’opera che sia, una idea di rappresentanza universale, tutti se ne devono occupare a quel punto tutti ne sono titolari.

A questo punto arriva Simone; con lo spiccato accento romano si presenta dicendo che sta iniziando a collaborare con Artkademy. Mi dice inoltre che alcuni dei protocolli di dialogo tra istituzioni e autori che ora vengono utilizzati, sono stati sperimentati da lui quando era a Roma.

È un ottimo spunto, c’è molta strada da fare, da dove si potrebbe iniziare concretamente?

Risponde Simone Partendo dal fatto che parlando di arte pubblica, parliamo anche di un contesto in cui essa è realizzata, è importante prima di tutto domandarsi quanto e come essa debba parlare con quel contesto. Spesso mancano delle figure leganti tra istituzioni, artisti o società di produzione e comunità, figure che permettano un dialogo teso alla comprensione reciproca piuttosto che al conflitto. In questo senso potrebbe essere utile una raccolta di opinioni dalle persone che vivono quotidianamente la città, magari nella forma di una videointervista. Così avreste dei dati da presentare in sede di dialogo con le amministrazioni, provenienti da una operazione di consultazione che l’amministrazione stessa ha omesso di fare. Se volete portare la street art in progetti di arte urbana, e tutelare quella che già c’è, dovete creare protocolli di produzione che siano in ecologici rispetto ad un certo risultato, ovvero vi date una tesi per cui i progetti che proponete prevedano la partecipazione della comunità, l’istituzione disponibile e utilizzata per le sue risorse, ed i lavoratori pagati equamente secondo un mercato del lavoro tale per cui le persone campino per il lavoro che fanno: quello fa la differenza, perché crea coesione sociale e rinforza l’identità culturale di una comunità.

Continua Ivan Quelle opere possono essere inoltre parte delle politiche turistiche della città, quindi è importante vederle in prospettiva come risorse. Quando Diego Rivera venne chiamato da Rocekfeller a dipingere l’atrio di ingresso al palazzo, per motivi ideologici l’opera fu rimossa. In seguito sono state fatte delle rilevazioni a scopo valutativo su ”uomo al crocevia guarda verso il futuro” (tema dell’opera), è emerso che solo il dipinto sarebbe valso più dell’edificio intero. Quindi attenzione a certe scelte, perché essere ricordato con la cattiva fama di un errore è un destino che nessuno vorrebbe.

Abbiamo parlato di Arte Pubblica e di comunità, di rappresentanza e partecipazione, di progetti da proporre in continuità con una tradizione, di identità culturale e coesione sociale, di dialogo con le istituzioni e figure leganti: in questo dialogo, che posto ha l’estetica, il valore dell’opera e la carriera dell’artista?

Risponde Simone Più che di affrontare l’argomento dell’Estetica in generale, di chi sia e come vada valutato l’artista, è più appropriato porre la questione del valore estetico come espressione di una comunità, almeno in relazione ad Arezzo e al suo discorso politico. C’è un problema di decoro, il problema riguarda la condivisone di spazi pubblici, riguarda una comunità e la sua espressione, la direzione politica e culturale di una città. Quindi iniziate a dialogare con una tesi di fondo, decidiamo insieme cosa è e cosa non è il decoro, da lì emergerà il valore di accordo sugli atti espressivi a cui lasciare spazio e promuovere nella città.

Continua Ivan Negli Stati Uniti c’è chi abbatte monumenti e statue evocanti episodi legati alla storia del razzismo sudista, e c’è chi, al contempo, sostiene che vadano tutelati i segni di una memoria collettiva. Non lo stanno facendo perché le statue sono brutte, partire dall’estetica per impostare il discorso rimane una contrapposizione senza sintesi. Perché non poniamo la stessa questione su molte pubblicità, sulla commercializzazione dello spazio urbano; cartelloni luminosi che creano inquinamento visivo, per esempio, spazi per cui è stata pagato onere di ostensione, perché non vengono discussi allo stesso modo in termini di bello o brutto?

Lo stesso vale per lo status dell’artista, non è da questi temi che bisogna partire per intavolare un dialogo che coinvolga tanto le istituzioni quanto la comunità. Mi ripeto, ma se c’è un collettivo o una società di produzione, che si unisca intorno ad un pensiero condiviso sulle pratiche di produzione, sui valori, sull’orientamento futuro. Immagina un movimento dialettico: vi ponete come tesi, nel dialogo tra istituzioni e nella messa in atto di pratiche produttive, nel coinvolgimento della comunità incontrate il momento dell’antitesi, finché, progressivamente (ci vuole tempo) giungerete a ad una sintesi che sia espressione di un organicismo sociale in cui cittadini, istituzioni e artisti hanno un ruolo nella scelta e realizzazione degli atti espressivi che caratterizzeranno il tessuto urbano.

Ringrazio Ivan e Simone per questa chiacchierata di circa un’ora che ho qui riassunto. Sono emersi dei punti importanti che lascio al riepilogo e allo sviluppo personale del lettore; concludo augurando a chiunque che il contenuto di questa intervista sia uno stimolo, come lo è stato per me, per una riflessione più ampia intorno al tema della street art e dei suoi rapporti con il vario e strutturato contesto sociale che la ospita, e soprattutto l’invito alla problematizzazione di un fenomeno sociale non liquidabile in termini di bianco o colorato, giusto o ingiusto, bello o brutto.

http://www.artkademy.org/chi-siamo/ Link al sito di Artkademy

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Sull’arrampicata

Ero tornato ad Arezzo da 3 giorni, l’estate resisteva nonostante fosse il 3 ottobre. Infusi nell’aria tiepida della sera il dolce lauroceraso ed il ligustro che sempre associo al the, facevano da siepe nella recinzione di alcune case vicino a cui passavo. Per raggiungere il punto d’incontro con mio cugino dovevo attraversare il parcheggio di un grande ipermercato nella periferia della città, poi un ponte basculante su un torrente non segnato sulla mappa google fino ad un altro parcheggio, circa 10 minuti di camminata a ritmo elevato e costante.

20:23 l’arancione dei lampioni calava ronzando sulla strada deserta; pensavo con eccitazione al momento in cui avrei arrampicato di nuovo dopo tanti anni, spingevo avanti l’immaginazione e già vedevo la parete di arrampicata, l’odore del pavimento gommato e indumenti sudati della palestra al chiuso, i colori degli appigli e l’altezza delle pareti. Arrivo velocemente nel parcheggio del palasport le Caselle, come sempre ho sentito nominare il luogo, nello stesso momento arriva la Ford grigia che riconosco e salto a bordo.

Inversione di marcia, neanche 200 m percorsi e superando un cancello aperto inizia una breve discesa verso un piccolo spiazzo con qualche macchina parcheggiata. Scendiamo, mi aspettavo di entrare nel palasport, invece andiamo verso il lato esterno della struttura rettangolare, puntato verso il torrente. Una parete obliqua fatta di possenti travi e pannelli ferrosi copriva una struttura emergente dal buio, un faro dal basso ne illuminava i colori proiettando ombre di sporgenze simili a bubboni rocciosi. Ero smanioso ed entusiasta, come spesso accade quando la realtà eccede le aspettative. Solo una volta avevo arrampicato in una palestra, portai a casa la sensazione di uno che si trovi al supermercato per forza. Era un posto al chiuso, vivevo ancora a Bologna all’epoca dei fatti, gennaio 2014. Andai solo, in avanscoperta, avevo letto di quel luogo su un volantino: niente di tutto ciò davanti a me. Quella sera stavo per entrare in una palestra all’aperto, al riparo d’un tetto obliquo, le pareti più alte spalleggiavano il massiccio muro esterno del palasport, si vedono i contrafforti reggenti la struttura; tintinnio di moschettoni, impatti secchi sul duro, sordi sul morbido e l’eco fuggitivo di ognuno.

Sapevo che mio cugino aveva iniziato ad arrampicare, ho visto alcune immagini su social comuni, lui era al corrente che avevo già provato, per questo mi aveva proposto di condividere l’esperienza in palestra prima che partissi ancora. Non sapevo ci fosse una palestra per l’arrampicata nella mia città natale, mai avrei immaginato una realtà tanto suggestiva nella piccola Arezzo; un’oasi metropolitana costruita da un gruppo di appassionati della disciplina, pionieri d’un piccolo cambiamento, con la loro iniziativa hanno arricchito la città di uno spazio nuovo: così pensavo attraversando l’intervallo tra due reti, delineate appena dal filtraggio luminoso oltre i panelli di legno solido dell’anticamera.

Arezzo Verticale

Alla prima panoramica del luogo associo le parole arrangiato, armonico, funzionale, che invoglia gli sguardi del curioso. Entrata lenta, rivolgendo sorrisi silenziosi ai soggetti interagenti, pochi ma pacati e socievoli.

Febbrilmente cambiando obiettivo, dalle solide e minimali panchine alle pareti variopinte ed il dolore vivido all’alluce, tutto quel che vedo estasia, inquieta, innesca suggestioni che vorrei uscissero istantanee su un dispositivo che le registri.

Appoggio zaino felpa scarpe e Miranda in una delle panchine, tra il corpulento materasso blu sotto le pareti ed il limite del muro obliquo, in uno spazio rettangolare, avvio il riscaldamento di muscoli, tendini e sollecitazione delle articolazioni con movimenti circolari.

Il cugino è già salito sul tappeto, saluta quasi tutti e si avvicina al lato destro della struttura, un angolo retto giallo a due diverse pendenze.

“come sarebbero questi arabeschi di appigli blu rosso verde viola arancione azzurro nero celeste se avessi assorbito LSD?”

Non riuscivo a pensare quel mosaico cromatico in punti di sostegno, ero lontano dalla fatica della presa, dalla vertigine della caduta; paragonavo l’equilibrio di forze nelle posizioni dello scalatore appeso alla condotta irregolare della mia vita, erano così lontani quegli stimoli che tutte le circostanze della situazione si trasformavano organizzate in un sistema nuovo, la concettualizzazione dell’esperienza arrampicata.

Si stava bene anche in canotta e pantaloni corti, pressate le dita nella scarpetta una misura inferiore, nella divagazione entravano associazioni con ricordi di un altro periodo; avevo 19 anni e frequentavo un posto simile nella stessa zona della città, sotto un cavalcavia davanti a stabili commerciali accanto ad una immensa fabbrica dismessa. Uno Skatepark costruito dalle persone che lo usavano con pannelli di truciolato e impalcature di tubi ferrosi, molti di questi “fondatori” erano una decina d’anni più grandi, fu battezzato Habitat.

Scoprì l’arrampicata quando ero a Bologna, andavamo a Badolo, località collinare tra Sasso Marconi e Bologna, eravamo in 5 , tutti compagni di università. Leone, il persiano fascinoso, Vinone, il trentino ironico e romantico, Medo il romagnolo dotto e cogitabondo, Ea il romagnolo viscerale e visionario; passavamo giornate intere su quei contrafforti di arenaria, era un presente eterno e dilaniato dall’unicità violenta di ogni esperienza, un momento che ricordo volentieri, ma senza nostalgia. Dopo ogni sessione di scalata ci sentivamo purificati, finalmente quieti, un equilibrio nuovo tra volontà, desiderio e possibilità ci accompagnava alla Peugeot verde di Leone parcheggiata a 20 minuti di sentiero verso valle.

Salgo sul materasso blu, chino schiena e braccia su una bacinella imbiancata a chiazze dalla magnesite ed immergo le mani nella polvere. Il cugino arriva e inizia l’illustrazione dei percorsi possibili, appigli segnati da numeri e distinti in colori. La caratteristica di questo tipo di arrampicata chiamata Bouldering, è un percorso di pochi appigli eseguito senza moschettoni e corda. Sono passaggi spesso obbligati il cui obiettivo è allenare lo scalatore a tutti i tipi di combinazioni tra gambe bacino e braccia. Ero abituato alla libertà che mi lasciavano i passaggi sulle pareti naturali, come quella di Badolo, li eseguivo come un jazzista improvvisa su una traccia di pochi accordi; perciò partivo prevenuto verso l’esperienza, pensavo non mi sarebbe piaciuto, ma che importa, ero di nuovo con mio cugino, ed il momento vale tutto il resto.

Inizio un circuito, mano destra sulle prese con numeri pari, sinistra sui dispari: mi ingarbuglio e cado spesso. Il ginocchio trema sull’esile sporgenza, sento gli avambracci gonfi del vigore da sforzo, mi accorgo di usare più la forza istintiva che la tecnica affinata con l’esercizio. Dopo varie cadute, senza aver concluso alcuno dei circuiti provati chiamo mio cugino con il soprannome che da anni è abituato a sentire

«Sbrugi, si possono fare percorsi liberi, inventati sul momento, senza seguire colori o numeri intendo»

«Certo Leo, come va? ti diverti?» raggiungendomi.

«Si, questo posto è bellissimo, prima ho pensato l’arrampicata come mai prima» immergendo nuovamente le mani nella magnesite.

«Ovvero?» con espressione divertita e curiosa.

«Nei circuiti fatti stasera, lo spostamento è stato sempre orizzontale, eppure non sono riuscito a completarne uno» strofinando guarda le palme imbiancate «sulle pareti naturali invece, ne ho chiusi di alti anche 20 metri, quindi ho sempre correlato la difficoltà all’altezza, dunque l’atto dell’arrampicata alla dimensione verticale» sentendo pulsare le mani.

«Visto, si può arrampicare anche a qualche centimetro da terra» soddisfatto e sorridente.

«Si, con le stesse sensazioni che in cima ad una cresta di roccia» indicando un punto della palestra opposto alla sua posizione, l’unica parete più alta, circa 6 metri, alla sommità della quale pendeva una catena ed un moschettone.

«Si proviamola».

I Calli della Pazienza

Quando siamo tornati alla macchina erano le 22:15 circa. Parlavamo entusiasti dell’esperienza, già fantasticando sulle prossime volte. Alla fine non abbiamo provato la parete alta, qualcuno era già pronto a scalarla con imbraco e corda, dunque abbiamo affrontato altri circuiti.

Tra i metacarpi e le prime falangi, sentivo punti di pelle ruvida, indurita. La sensazione mi piaceva, innescava suggestioni concatenate come affreschi su una volta immensa, quasi tutte tracce mnestiche sensoriali a cui mi abbandonavo volentieri mentre la fatica diventava sollievo nella stasi, pervadendo caviglie, talloni, piante dei piedi e polpacci, quadricipiti, tibie. Nessuna tensione, addome, glutei, petto collo e schiena risultavano leggeri come dopo un amplesso, finalmente libero dal giogo di pensieri organizzativi, dalle preoccupazioni, dallo stato di allerta quotidiano di chi trasforma la vita in atti concreti per la sopravvivenza materiale.

Nello sconfinato campo delle divagazioni tornavo a quel concetto generale di arrampicata, connesso a quello di pazienza e alla meditazione. Finalmente chiaro tale rapporto, lo percorrevo avanti e indietro come un sentiero, pensavo all’armonia dei movimenti tra i passaggi, armonia raggiungibile solo attraverso esercizio e dedizione. Immaginavo la pazienza, la concentrazione di scalatori saldi su una parete dura, immutabilmente ruvida e silenziosa, con la schiena rivolta al vuoto. Tutto invertito, di solito in situazioni di pericolo la parete protegge il punto cieco, la schiena, ma l’arrampicata è più simile ad una meditazione che ad un combattimento o qualsiasi altra attività agonistica. Si lavora su se stessi, sulle emozioni, prima di tutte la paura, sulla calma; quando la smania di riuscire sfuma nel semplice andare per andare, non c’è più una parete, ma una serie di movimenti più simili ad una danza che ad una scalata. Le braccia rilassate diventano funi appese e succede come nei momenti più intensi della meditazione, il pensiero lascia spazio all’esecuzione.

Il cugino imposta un’andatura stabile, amalgamata con la musica dell’autoradio, con l’arancione dei lampioni così che la fine assomiglia all’inizio. L’arrampicata si trasforma ancora, epilogo e senso di una giornata che non è autunno né estate ma assomiglia ad entrambi, il mosaico dei ricordi e la vernice fresca delle sensazioni post palestra unite da un luogo che ha permesso l’intreccio di questa storia, come un palco e la sua scenografia: grazie Arezzo Verticale.

Intervista ad Ilaria

Ho conosciuto Ilaria i primi giorni di maggio, stagione appena iniziata, in spiaggia poche persone ancora vestite, operai e spiaggini impegnati a piantare ombrelloni e misurare distanze. Ha capelli castani lunghi fin sotto le scapole, alta circa un metro e settanta, iridi verde scuro ed un largo sorriso bianco nel sipario di labbra sottili. Svolge il servizio di assistenza bagnanti nella torretta 1, nel tratto di spiaggia in concessione alla struttura per cui lavoro. Faccio stagioni dal 2008, sono stato ogni anno in una località diversa, in nessuna però ho trovato una assistente bagnanti donna di servizio al mare. La “novità” ha stimolato subito l’idea di una intervista, dunque ho illustrato a Giulia i miei propositi: ha accettato.

La prima volta che abbiamo parlato, ero salito in torretta per conoscere i colleghi, Ilaria ascoltava attentamente la conversazione tra me ed un collega che conosco dall’anno scorso, continuava a guardare il mare senza intervenire. Ho avuto la sensazione che fosse una donna riservata e poco loquace, quindi preparando le domande pensavo a quanto sarebbe stato difficile instaurare un colloquio dinamico durante l’intervista. Sono tornato altre due volte alla torretta 1, conoscendola meglio ho notato l’espressione intelligente dei suoi occhi, l’attenzione dello sguardo, simile a quella di certi animali selvatici, ed il sorriso tranquillo con cui rispondeva alle mie domande, sempre usando poche parole ma ben calibrate.

Da quanto tempo fai questo mestiere?

Questo è il primo anno

Perché proprio l’assistente bagnanti e non un altro lavoro stagionale?

Avevo preso il brevetto in inverno, volevo provare. Mi piace questo lavoro, a volte ci si annoia, ma lo faccio volentieri.

Noi siamo assunti dalla Jesolo Turismo S.p.a, so che in altri lidi italiani è necessario sostenere e superare delle prove fisiche per essere assunto, anche per questa società è lo stesso, hai dovuto fare qualche prova? (nessuna prova prevista per chi, come me, svolge servizio in piscina)

Si,ho mandato il cv, mi hanno scelta ed ho fatto una prova di nuoto, simile a quella per ottenere il brevetto, poi c’è un colloquio.

Quante altre donne oltre a te lavorano per questa società nello stesso ruolo?

Siamo in 4 su un totale di 70

Molto poche dunque, pensi che sia un lavoro non adatto ad una donna?

No, può essere rischioso in certi casi, ma lo è sia per un uomo che per una donna.

Ogni lavoro richiede determinate attenzioni per essere svolto al meglio, secondo te quali sono gli aspetti da curare quotidianamente per fare bene l’assistente bagnanti di mare?

Innanzitutto attenzione, solo così è possibile prevenire o intervenire tempestivamente. La prevenzione è fondamentale in questo mestiere, si riducono le possibilità che si verifichi una situazione di intervento: ogni intervento è potenzialmente pericoloso.

Ti è capitato fino ad ora di fare un salvataggio? Ti va di raccontarlo?

Si, una settimana fa una bambina si è sentita male mentre usava il SUP (stand up paddle). La tenevo d’occhio, poi l’ho vista cadere, circa 200 metri dalla torretta. Sono scesa e l’ho raggiunta con il gommone.

Però è stato un recupero, non un salvataggio. La differenza è che il recupero è un intervento in cui non si devono prestare manovre di primo soccorso.

Cosa farai durante l’inverno?

Sono una maestra di sci. Sono nata e cresciuta in montagna, il mare sembra l’opposto, però entrambi sono ambienti naturali da cui ho imparato molto e dove sto volentieri.

Pensi che rifarai questa esperienza la prossima stagione estiva?

Beh, ancora questa non è finita, è troppo presto per dirlo.

In quel momento arriva un giovane sui 25, lo abbiamo sentito salire dalle scale basculanti. Chiede in inglese se è possibile cambiare la bandiera da rossa, vuole prendere la canoa, ma senza bandiera bianca i natanti non possono uscire. I colleghi spiegano al ragazzo che non possono cambiare a discrezione la bandiera, l’ordine arriva da un capo del personale che interagisce direttamente con la capitaneria di porto. Intanto io guardo la torretta, il walkie talkie professionale che ogni tanto parla in codice e stride, il foglio delle maree attaccato alla parete, il baule pieno di attrezzatura, sagole e corde, pinne, cassetta pronto soccorso, baywatch rosso e gli zaini dei colleghi.

Erano quasi le sei, ora di fine turno. Dopo una giornata piovosa dove il freddo entra sotto la felpa rossa e nessuno sulla spiaggia, i colleghi sistemano velocemente la torretta, chiudono le tende di plastica trasparente e tela pesante, mettono a posto il gommone e insieme ci avviamo verso casa.

Con il tempo mi sono affezionato a questo mestiere, mi ha reso indipendente per anni ed ho imparato tanto sulle persone e su me stesso. È un mestiere attorno a cui gravitano tanti luoghi comuni, uno di questi è che non sia adatto alle donne, nonostante le superfisicate attrici di Baywatch; ma esistono esempi ben più naturali e quotidiani che dimostrano il contrario, come Ilaria, che non ha voluto farsi fotografare, quindi non resta che immaginarsela leggendo.

Lontananza

Nel 2016 ho trascorso due mesi a Tenerife. Partì animato più dall’entusiasmo per un ulteriore viaggio che per cambiare vita. Trascorsi sull’isola un’esistenza randagia, di posto in posto senza un obiettivo preciso, sperimentando tutto il possibile fino in fondo, esplorando l’isola in lungo ed in largo. Avevo molto tempo per l’introspezione, dopo lunghi bagni nell’oceano e camminate nei deserti vulcanici del sud, l’analisi risultava più approfondita e chiara.

C’era un sentimento nuovo, ancora torbido, che avvertivo come l’ombra del temporale o il prurito di uno starnuto. Malinconia immotivata, confronti continui, come quando salendo le pendici del Teide, l’aria fresca, i pini, le vigne e l’erba cotonata mi ricordavano casa. Nel posto che avevo lasciato c’era questo e quest’altro, la memoria condivisa da amici ed i ricordi sedimentati nei circoli  e nelle piazze, incrostati negli aneddoti sfoderati in circostanze mondane ed echeggianti nei luoghi di solitudine. Così è iniziata la riflessione su quella lontananza, non spaziale, ma emotiva, da un luogo che ha strutturato una identità.

Un sentimento nuovo dunque, collegato intimamente all’appartenenza, al radicamento che sia ad un posto o ad un campo di ricordi significativi: i versi seguenti sono la prima condensazione intelligibili della nebulosa di pensieri su quella condizione.

 

Può essere qualcosa che porto ovunque,

come  gomiti puntati su anonimi banconi

oppure la dedizione all’abbandono,

che svela seguiti sorprendenti

e risvolti impensati,

ora che una donna mi guarda

e rimango aggrappato a pagine da riempire.

Può essere la permanenza nel silenzio

Del mio fare somigliante all’autismo,

mentre l’ombra di pale

dal soffitto sul foglio

non scandisce orari, continua

insieme al gesto del bicchiere,

senza promettere ricordi.

È stata un profumo che non era mia madre,

Né il bucato asciutto piegato dai suoi gesti;

è stata l’espressione d’un passante,

ed il mistero d’una somiglianza

vivida come il dolore,

imprecisa come il miraggio.

È stata odore da  cucina senza luogo e finestre aperte,

Tra case aride col tetto tagliato,

screpolate dal sole perpetuo:

anche oltreoceano è domenica,

ed i parenti pranzano riuniti.

Sarà sempre, un freddo residuo,

tremulo nella carne

dopo immersioni e volteggi tra correnti;

sarà sempre, dopo il cammino

la vedetta desolata

e la fatica d’allungare i ginocchi

nel vuoto ostinato,

di quel che porto addosso

come memoria.

Bianca

Un giorno d’un mese freddo, indossavo indumenti pesanti la sera che presi gli appunti da cui elaborai questi versi. Purtroppo non ho con me i manoscritti, quindi non posso appurare la data, però ho ricordi netti della circostanza.

Ero al circolo ARCI più grande della mia città, luogo di tacito convegno serale per molti aretini. Avevo già caricato abbastanza bicchieri di torcibudella (birra e whisky) da risultare molleggiato e ridanciano. Tuttavia quella sera ero introspettivo, c’era poca gente, preferivo rimanere chino sul quaderno, in disparte rispetto al cuore della sala, affumicato e rumoroso. Tra quei pochi avventori c’era una donna che avevo visto spesso, che conoscevo a malapena, una musa temporanea a cui, come sempre, non mi sarei presentato. Nascosto ai suoi occhi, ho continuato ad osservarne gesti, comportamenti, dettagli, finché andò via.

Forse presi qualche altro torcibudella, era il periodo in cui riempivo ancora il posacenere di mozziconi. Quando uscì dal bar, l’anziano gestore aveva già ritirato cestini, zerbino, abbassato le tapparelle, spento la luce e chiusa la porta. Ricordo le sferzate glaciali dell’inverno ed il silenzio in Piazza sant’Agostino, avevo riempito il foglio completamente e perso la penna.

 

Fitta pioggia dalle sue iridi blu,

Grandine a martelli dalle sue iridi blu.

Azzurro di secche nei suoi occhi,

Che tanti naufragi hanno inghiottito

Quando l’ho guardati da lontano.

Celeste piumaggio dalle sue iridi

Battuto lieve da palpebre

Truccate poco, che non ho conosciute

Ignude nel risveglio.

In tutti i continenti hanno origine i suoi occhi,

in laghi montani e distesi

lungo il perimetro degl’oceani;

sferza di vento su dune delicate

e sussurro tra calanchi fondi la sua voce.

Sparisce oltre un battente rosso

Lei che della purezza porta il nome

E della neve da poco stesa la somiglianza;

la immagino indifesa dormiente

la immagino annuncio di primavera

e solstizio d’inverno, la immagino

chissà dove, oltre quel battente, fuori dal bar.

Nuvole d’Oggi (componimento esplorimentale)

Ero tornato ad Arezzo da pochi mesi (circa aprile 2016), non lavoravo, trascorrevo perciò molte mattine in biblioteca. Qui vidi per la prima volta la donna ispiratrice dei versi che seguiranno, in quell’occasione la osservai soltanto, seduta intenta a studiare pesanti volumi, finché se ne andò senza sapere di aver impressionato profondamente un uomo.

La rividi una notte in piazza, iniziava a fare caldo, si ballava all’aperto, gli scalini diventavano panchine e i baristi scherzosi e più generosi del solito. Danzai con molte persone, proprio lei non accettò l’invito. Così lavorai sulle parole che gravitarono per giorni intorno all’episodio, tirai in ballo  il caso, il destino, le Parche, gli oracoli ed i misteri della notte, rimanendo impantanato per giorni, senza conclusione. Un giorno, casualmente, avevo quasi abbandonato il componimento, la vidi ancora, proprio in biblioteca; era nuvoloso, l’incontro tra presente e memoria mi suggerì una conclusione.

 

Forse, le nuvole d’oggi

Hanno storto qualche dettaglio

Della sua o mia espressione,

così, la primavera di labbra esili

non è stata più quel ricordo.

Inciampati l’uno sull’altra

mentre il manto della notte,

senza novero dei bicchieri

vestimmo a stento,

Ne vidi la danza:

un invito, costrinse qualcosa di lei

a rispondere no.

Se avessimo danzato,

non saremmo volti familiari

fin troppo sconosciuti ora

che non segue una stretta di mano

al saluto.

Forse, le nuvole d’oggi

Hanno imbevuto l’ombre col tempo,

non ho riconosciuto lei

ch’è stata d’ogni donna entelechía

d’ogni naufragio il sussulto.

Non riconosco le parole

Che la descrissero,

neanche ho alzato il capo,

ad altro intento chino

avrei trovato il suo.

Forse le nuvole d’oggi

Hanno dissolto il manto e smarrito

A stento, d’un mistero la forza

Ch’è stato dono inatteso

Ora fioco,

sotto iridi non più simili al diaspro moro.

Interrogherò la notte

Sul fremito del giorno andato,

sarà forse oracolo del perché

il gesto di Lachesi, o chi per lei

abbia adombrato i portoni e recisa

dalla sua strada la mia,

persa inseguendo la mia vita,

lei la sua, che non immagino.

Atemporale (componimento esplorimentale)

Questi versi nascono circa un mese fa, quando ho conosciuto una ragazza molto più giovane di me ed ho capito di essere il soggetto della sua infatuazione. Per tre giorni ho meditato parole, vagliato sentimenti con introspezioni scritte, lasciato che emergessero immagini dall’amalgama di tutto ciò. Atemporale è il risultato del processo, atemporale è il sentimento che ha dato slancio all’esigenza poetica, atemporale è il ricordo che io e quella ragazza avremo dell’incontro, intenso e drammatico: un po’ meno atemporale per lei, perché non sa che ho scritto questi versi.

Non possiamo amarci

Il fiume del tempo

Ha sponde troppo distanti.

Ninfea delicata, galleggi

Sui dubbi e le burrasche della giovane età;

eppure quanta, quanta beltà

nelle domande sincere, madide

d’una ingenuità che io ho perso,

e quale tenerezza sentirle  al vento

sposate e all’imbarazzo

d’un corteggiamento esitante.

Amarci non possiamo, e va bene,

dei tuoi libri e delle mie avventure

parleremo ancora e quando

raccontando ai figli cresciuti la storia nostra,

sul ricordo esitando ancora vivo sarà

questo presente, e la forma d’un sorriso assorto

avrà per qualche secondo.