Ero ad una festa in giardino, zona navigli, domenica pomeriggio soleggiata e clima mite. Sentivo musica provenire da una zona oltre il corso d’acqua che segna il limite del giardino: ho seguito la sorgente sonora incuriosito. Oltre il cancello d’ingresso, circa 100 m sulla sinistra, uno spigolo di mura completamente dipinte crea l’angolo di via Bussola, tra i disegni campeggia la scritta Artkademy. Il cancello era chiuso e anche le porte affacciate sulla corte interna, ho provato a suonare senza ottenere risposta. Tornai verso la festa con il tramestìo della curiosità insoddisfatta, quindi appena arrivato a casa iniziai una ricerca.
Non ebbi difficoltà a trovare il sito, si presentano come Officina Creativa Italiana, al lato sinistro della home page convivono le parole Street Art, Riqualificazione Urbana, Formazione, Mostre Eventi e Marketing. Mi ero appena trasferito da una città in cui il discorso politico aveva infiammato l’opinione di molti cittadini intorno all’argomento della riqualificazione, un discorso che amalgamava parole come decoro e graffiti, opera d’arte e spazi urbani, street artist e vandali, livellandone il significato fino a perdere la visione di insieme su un fenomeno sociale complesso. Insomma, da una parte la giunta comunale asseriva che il decoro “è bianco” facendo di tutti i segni murari una massa indistinta, annunciando abbattimenti e così via, dall’altra una parte della comunità difendeva lo status delle opere in quanto forma d’arte, raccogliendo firme per una petizione.
È possibile che una realtà come Artkademy abbia trovato una sintesi tra istituzione, comunità, arte muraria e impresa? Dal sito così pare, pensai. L’indomani li contattai, senza difficoltà fissammo un appuntamento per una intervista la settimana successiva: se una esperienza di questo tipo esiste, è bene raccontarla anche alla mia città, chissà che possa servire, anche solo per trovare un disaccordo.

Ad accogliermi c’è Ivan, uno dei Fondatori di Artkademy, dipinge poesia in strada, pratica la sua arte e sviluppa la propria ricerca dal 2002.
Cos’è Artkademy?
È una società costituita nel 2015, composta da due associazioni culturali e 8 soci. Si tratta di una sintesi di esperienze di produzione e gestione precedenti, realizziamo opere di arte pubblica su committenza, abbiamo lavorato con ENI e il comune di Milano per esempio, si tratta di veri e propri progetti imprenditoriali dove usiamo i muri come spazio di comunicazione. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri spazi ad autori ed artisti che, una volta tesserati, possono utilizzare i laboratori per organizzare corsi, di scrittura per esempio, oppure utilizzare il salone per organizzare una mostra; crediamo che l’interdipendenza dei saperi e delle capacità sia un valore culturale importante per la produzione di società.
Hai detto che avete lavorato con il comune di Milano; nella mia città invece, si è formata da qualche mese una contrapposizione tra sostenitori dell’arte urbana e i detrattori, da una parte un segmento della comunità e dall’altra il Comune, i primi vogliono preservare alcune opere di artisti famosi, dall’altra si è pronti a imbiancarle o demolire le mura per agevolare passaggi a parcheggi. Che ne pensi di questa opposizione che, a come sembra, Artkademy ha superato?
Neanche per noi è stato immediato, non sono mancati momenti di conflitto con l’istituzione. L’arte Urbana di cui parliamo è un fenomeno sociale vecchio quanto il muralismo inteso in senso generale, solo che oggi il suo linguaggio, le icone, le materie sono diverse da come erano in passato. Il fatto che le nuove espressioni vengano comprese è frutto di un processo i cui tempi possono essere diversi da luogo a luogo. In una zona come la Toscana, culla del mantenimento dell’arte storicizzata, una forma nuova di espressione come la street art verrà compresa ed accettata più lentamente nell’immaginario comune. Se ad Arezzo avete un collettivo murarista, potreste proporre progetti presentandoli in una ottica di continuità con la tradizione, inserire le proposte in un paradigma più ampio, ovvero ciò che hanno dipinto Eron, Sten & Lex, Moneyless non è diverso da quello di Piero della Francesca per esempio, considerando che quest’ultimo dipingeva intere facciate su commissione dei più grandi produttori di arte muraria della storia, la chiesa e la nobiltà. Più che altro, qui stiamo parlando di arte pubblica, quindi c’è un terzo ingranaggio nel meccanismo che deve essere considerato: la comunità. Mi è capitato di realizzare opere commissionate dal comune, che ho dovuto rimuovere perché condomini e abitanti del quartiere mi hanno detto che non la volevano. Viceversa sono stato chiamato da inquilini di un palazzo per rifare una scritta che era stata tirata grigia su iniziativa legale dell’amministrazione, ciò perché quella scritta era per loro segno di identità collettiva. Quindi, più che lo status dell’opera e dell’autore, che comunque hanno un valore nella valutazione di un’opera, è importante focalizzare l’attenzione sull’idea di rappresentanza, sondare l’opinione delle persone riguardo a quelle opere murarie. L’istituzione opera per delega della comunità di cui è espressione, quindi la legittimità del suo operato dipende da quanto esso rispetta i bisogni e le istanze della comunità. Se in quelle opere la comunità riconosce un tratto della propria identità culturale, sarà illegittima dunque l’azione di rimuoverle da parte di una amministrazione. Dunque corrispondere ad una idea di decoro, di estetica o di status dell’opera che sia, una idea di rappresentanza universale, tutti se ne devono occupare a quel punto tutti ne sono titolari.
A questo punto arriva Simone; con lo spiccato accento romano si presenta dicendo che sta iniziando a collaborare con Artkademy. Mi dice inoltre che alcuni dei protocolli di dialogo tra istituzioni e autori che ora vengono utilizzati, sono stati sperimentati da lui quando era a Roma.
È un ottimo spunto, c’è molta strada da fare, da dove si potrebbe iniziare concretamente?
Risponde Simone Partendo dal fatto che parlando di arte pubblica, parliamo anche di un contesto in cui essa è realizzata, è importante prima di tutto domandarsi quanto e come essa debba parlare con quel contesto. Spesso mancano delle figure leganti tra istituzioni, artisti o società di produzione e comunità, figure che permettano un dialogo teso alla comprensione reciproca piuttosto che al conflitto. In questo senso potrebbe essere utile una raccolta di opinioni dalle persone che vivono quotidianamente la città, magari nella forma di una videointervista. Così avreste dei dati da presentare in sede di dialogo con le amministrazioni, provenienti da una operazione di consultazione che l’amministrazione stessa ha omesso di fare. Se volete portare la street art in progetti di arte urbana, e tutelare quella che già c’è, dovete creare protocolli di produzione che siano in ecologici rispetto ad un certo risultato, ovvero vi date una tesi per cui i progetti che proponete prevedano la partecipazione della comunità, l’istituzione disponibile e utilizzata per le sue risorse, ed i lavoratori pagati equamente secondo un mercato del lavoro tale per cui le persone campino per il lavoro che fanno: quello fa la differenza, perché crea coesione sociale e rinforza l’identità culturale di una comunità.
Continua Ivan Quelle opere possono essere inoltre parte delle politiche turistiche della città, quindi è importante vederle in prospettiva come risorse. Quando Diego Rivera venne chiamato da Rocekfeller a dipingere l’atrio di ingresso al palazzo, per motivi ideologici l’opera fu rimossa. In seguito sono state fatte delle rilevazioni a scopo valutativo su ”uomo al crocevia guarda verso il futuro” (tema dell’opera), è emerso che solo il dipinto sarebbe valso più dell’edificio intero. Quindi attenzione a certe scelte, perché essere ricordato con la cattiva fama di un errore è un destino che nessuno vorrebbe.
Abbiamo parlato di Arte Pubblica e di comunità, di rappresentanza e partecipazione, di progetti da proporre in continuità con una tradizione, di identità culturale e coesione sociale, di dialogo con le istituzioni e figure leganti: in questo dialogo, che posto ha l’estetica, il valore dell’opera e la carriera dell’artista?
Risponde Simone Più che di affrontare l’argomento dell’Estetica in generale, di chi sia e come vada valutato l’artista, è più appropriato porre la questione del valore estetico come espressione di una comunità, almeno in relazione ad Arezzo e al suo discorso politico. C’è un problema di decoro, il problema riguarda la condivisone di spazi pubblici, riguarda una comunità e la sua espressione, la direzione politica e culturale di una città. Quindi iniziate a dialogare con una tesi di fondo, decidiamo insieme cosa è e cosa non è il decoro, da lì emergerà il valore di accordo sugli atti espressivi a cui lasciare spazio e promuovere nella città.
Continua Ivan Negli Stati Uniti c’è chi abbatte monumenti e statue evocanti episodi legati alla storia del razzismo sudista, e c’è chi, al contempo, sostiene che vadano tutelati i segni di una memoria collettiva. Non lo stanno facendo perché le statue sono brutte, partire dall’estetica per impostare il discorso rimane una contrapposizione senza sintesi. Perché non poniamo la stessa questione su molte pubblicità, sulla commercializzazione dello spazio urbano; cartelloni luminosi che creano inquinamento visivo, per esempio, spazi per cui è stata pagato onere di ostensione, perché non vengono discussi allo stesso modo in termini di bello o brutto?
Lo stesso vale per lo status dell’artista, non è da questi temi che bisogna partire per intavolare un dialogo che coinvolga tanto le istituzioni quanto la comunità. Mi ripeto, ma se c’è un collettivo o una società di produzione, che si unisca intorno ad un pensiero condiviso sulle pratiche di produzione, sui valori, sull’orientamento futuro. Immagina un movimento dialettico: vi ponete come tesi, nel dialogo tra istituzioni e nella messa in atto di pratiche produttive, nel coinvolgimento della comunità incontrate il momento dell’antitesi, finché, progressivamente (ci vuole tempo) giungerete a ad una sintesi che sia espressione di un organicismo sociale in cui cittadini, istituzioni e artisti hanno un ruolo nella scelta e realizzazione degli atti espressivi che caratterizzeranno il tessuto urbano.
Ringrazio Ivan e Simone per questa chiacchierata di circa un’ora che ho qui riassunto. Sono emersi dei punti importanti che lascio al riepilogo e allo sviluppo personale del lettore; concludo augurando a chiunque che il contenuto di questa intervista sia uno stimolo, come lo è stato per me, per una riflessione più ampia intorno al tema della street art e dei suoi rapporti con il vario e strutturato contesto sociale che la ospita, e soprattutto l’invito alla problematizzazione di un fenomeno sociale non liquidabile in termini di bianco o colorato, giusto o ingiusto, bello o brutto.
http://www.artkademy.org/chi-siamo/ Link al sito di Artkademy





Una distesa di quieto blu omogeneo il mare, acqua trasparente e orizzonte netto. La selezione musicale del chiosco è adeguata in ogni momento del giorno, funk, jazz, bossa nova, omogenei al ciclo del sole, in osmosi all’intensità del calore, calibrati al passo delle ombre. Almeno per oggi basta questo, domani chissà. D’estate il corpo si libera dalla mediazione dei vestiti, il piede radice nuda su sabbia e mattonelle fresche, la pelle sensore alla carica solare e l acqua marina, amniotico primordiale in cui tuffarsi e nuotare in giornate così.