Intervista ad Ilaria

Ho conosciuto Ilaria i primi giorni di maggio, stagione appena iniziata, in spiaggia poche persone ancora vestite, operai e spiaggini impegnati a piantare ombrelloni e misurare distanze. Ha capelli castani lunghi fin sotto le scapole, alta circa un metro e settanta, iridi verde scuro ed un largo sorriso bianco nel sipario di labbra sottili. Svolge il servizio di assistenza bagnanti nella torretta 1, nel tratto di spiaggia in concessione alla struttura per cui lavoro. Faccio stagioni dal 2008, sono stato ogni anno in una località diversa, in nessuna però ho trovato una assistente bagnanti donna di servizio al mare. La “novità” ha stimolato subito l’idea di una intervista, dunque ho illustrato a Giulia i miei propositi: ha accettato.

La prima volta che abbiamo parlato, ero salito in torretta per conoscere i colleghi, Ilaria ascoltava attentamente la conversazione tra me ed un collega che conosco dall’anno scorso, continuava a guardare il mare senza intervenire. Ho avuto la sensazione che fosse una donna riservata e poco loquace, quindi preparando le domande pensavo a quanto sarebbe stato difficile instaurare un colloquio dinamico durante l’intervista. Sono tornato altre due volte alla torretta 1, conoscendola meglio ho notato l’espressione intelligente dei suoi occhi, l’attenzione dello sguardo, simile a quella di certi animali selvatici, ed il sorriso tranquillo con cui rispondeva alle mie domande, sempre usando poche parole ma ben calibrate.

Da quanto tempo fai questo mestiere?

Questo è il primo anno

Perché proprio l’assistente bagnanti e non un altro lavoro stagionale?

Avevo preso il brevetto in inverno, volevo provare. Mi piace questo lavoro, a volte ci si annoia, ma lo faccio volentieri.

Noi siamo assunti dalla Jesolo Turismo S.p.a, so che in altri lidi italiani è necessario sostenere e superare delle prove fisiche per essere assunto, anche per questa società è lo stesso, hai dovuto fare qualche prova? (nessuna prova prevista per chi, come me, svolge servizio in piscina)

Si,ho mandato il cv, mi hanno scelta ed ho fatto una prova di nuoto, simile a quella per ottenere il brevetto, poi c’è un colloquio.

Quante altre donne oltre a te lavorano per questa società nello stesso ruolo?

Siamo in 4 su un totale di 70

Molto poche dunque, pensi che sia un lavoro non adatto ad una donna?

No, può essere rischioso in certi casi, ma lo è sia per un uomo che per una donna.

Ogni lavoro richiede determinate attenzioni per essere svolto al meglio, secondo te quali sono gli aspetti da curare quotidianamente per fare bene l’assistente bagnanti di mare?

Innanzitutto attenzione, solo così è possibile prevenire o intervenire tempestivamente. La prevenzione è fondamentale in questo mestiere, si riducono le possibilità che si verifichi una situazione di intervento: ogni intervento è potenzialmente pericoloso.

Ti è capitato fino ad ora di fare un salvataggio? Ti va di raccontarlo?

Si, una settimana fa una bambina si è sentita male mentre usava il SUP (stand up paddle). La tenevo d’occhio, poi l’ho vista cadere, circa 200 metri dalla torretta. Sono scesa e l’ho raggiunta con il gommone.

Però è stato un recupero, non un salvataggio. La differenza è che il recupero è un intervento in cui non si devono prestare manovre di primo soccorso.

Cosa farai durante l’inverno?

Sono una maestra di sci. Sono nata e cresciuta in montagna, il mare sembra l’opposto, però entrambi sono ambienti naturali da cui ho imparato molto e dove sto volentieri.

Pensi che rifarai questa esperienza la prossima stagione estiva?

Beh, ancora questa non è finita, è troppo presto per dirlo.

In quel momento arriva un giovane sui 25, lo abbiamo sentito salire dalle scale basculanti. Chiede in inglese se è possibile cambiare la bandiera da rossa, vuole prendere la canoa, ma senza bandiera bianca i natanti non possono uscire. I colleghi spiegano al ragazzo che non possono cambiare a discrezione la bandiera, l’ordine arriva da un capo del personale che interagisce direttamente con la capitaneria di porto. Intanto io guardo la torretta, il walkie talkie professionale che ogni tanto parla in codice e stride, il foglio delle maree attaccato alla parete, il baule pieno di attrezzatura, sagole e corde, pinne, cassetta pronto soccorso, baywatch rosso e gli zaini dei colleghi.

Erano quasi le sei, ora di fine turno. Dopo una giornata piovosa dove il freddo entra sotto la felpa rossa e nessuno sulla spiaggia, i colleghi sistemano velocemente la torretta, chiudono le tende di plastica trasparente e tela pesante, mettono a posto il gommone e insieme ci avviamo verso casa.

Con il tempo mi sono affezionato a questo mestiere, mi ha reso indipendente per anni ed ho imparato tanto sulle persone e su me stesso. È un mestiere attorno a cui gravitano tanti luoghi comuni, uno di questi è che non sia adatto alle donne, nonostante le superfisicate attrici di Baywatch; ma esistono esempi ben più naturali e quotidiani che dimostrano il contrario, come Ilaria, che non ha voluto farsi fotografare, quindi non resta che immaginarsela leggendo.

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Lontananza

Nel 2016 ho trascorso due mesi a Tenerife. Partì animato più dall’entusiasmo per un ulteriore viaggio che per cambiare vita. Trascorsi sull’isola un’esistenza randagia, di posto in posto senza un obiettivo preciso, sperimentando tutto il possibile fino in fondo, esplorando l’isola in lungo ed in largo. Avevo molto tempo per l’introspezione, dopo lunghi bagni nell’oceano e camminate nei deserti vulcanici del sud, l’analisi risultava più approfondita e chiara.

C’era un sentimento nuovo, ancora torbido, che avvertivo come l’ombra del temporale o il prurito di uno starnuto. Malinconia immotivata, confronti continui, come quando salendo le pendici del Teide, l’aria fresca, i pini, le vigne e l’erba cotonata mi ricordavano casa. Nel posto che avevo lasciato c’era questo e quest’altro, la memoria condivisa da amici ed i ricordi sedimentati nei circoli  e nelle piazze, incrostati negli aneddoti sfoderati in circostanze mondane ed echeggianti nei luoghi di solitudine. Così è iniziata la riflessione su quella lontananza, non spaziale, ma emotiva, da un luogo che ha strutturato una identità.

Un sentimento nuovo dunque, collegato intimamente all’appartenenza, al radicamento che sia ad un posto o ad un campo di ricordi significativi: i versi seguenti sono la prima condensazione intelligibili della nebulosa di pensieri su quella condizione.

 

Può essere qualcosa che porto ovunque,

come  gomiti puntati su anonimi banconi

oppure la dedizione all’abbandono,

che svela seguiti sorprendenti

e risvolti impensati,

ora che una donna mi guarda

e rimango aggrappato a pagine da riempire.

Può essere la permanenza nel silenzio

Del mio fare somigliante all’autismo,

mentre l’ombra di pale

dal soffitto sul foglio

non scandisce orari, continua

insieme al gesto del bicchiere,

senza promettere ricordi.

È stata un profumo che non era mia madre,

Né il bucato asciutto piegato dai suoi gesti;

è stata l’espressione d’un passante,

ed il mistero d’una somiglianza

vivida come il dolore,

imprecisa come il miraggio.

È stata odore da  cucina senza luogo e finestre aperte,

Tra case aride col tetto tagliato,

screpolate dal sole perpetuo:

anche oltreoceano è domenica,

ed i parenti pranzano riuniti.

Sarà sempre, un freddo residuo,

tremulo nella carne

dopo immersioni e volteggi tra correnti;

sarà sempre, dopo il cammino

la vedetta desolata

e la fatica d’allungare i ginocchi

nel vuoto ostinato,

di quel che porto addosso

come memoria.

Bianca

Un giorno d’un mese freddo, indossavo indumenti pesanti la sera che presi gli appunti da cui elaborai questi versi. Purtroppo non ho con me i manoscritti, quindi non posso appurare la data, però ho ricordi netti della circostanza.

Ero al circolo ARCI più grande della mia città, luogo di tacito convegno serale per molti aretini. Avevo già caricato abbastanza bicchieri di torcibudella (birra e whisky) da risultare molleggiato e ridanciano. Tuttavia quella sera ero introspettivo, c’era poca gente, preferivo rimanere chino sul quaderno, in disparte rispetto al cuore della sala, affumicato e rumoroso. Tra quei pochi avventori c’era una donna che avevo visto spesso, che conoscevo a malapena, una musa temporanea a cui, come sempre, non mi sarei presentato. Nascosto ai suoi occhi, ho continuato ad osservarne gesti, comportamenti, dettagli, finché andò via.

Forse presi qualche altro torcibudella, era il periodo in cui riempivo ancora il posacenere di mozziconi. Quando uscì dal bar, l’anziano gestore aveva già ritirato cestini, zerbino, abbassato le tapparelle, spento la luce e chiusa la porta. Ricordo le sferzate glaciali dell’inverno ed il silenzio in Piazza sant’Agostino, avevo riempito il foglio completamente e perso la penna.

 

Fitta pioggia dalle sue iridi blu,

Grandine a martelli dalle sue iridi blu.

Azzurro di secche nei suoi occhi,

Che tanti naufragi hanno inghiottito

Quando l’ho guardati da lontano.

Celeste piumaggio dalle sue iridi

Battuto lieve da palpebre

Truccate poco, che non ho conosciute

Ignude nel risveglio.

In tutti i continenti hanno origine i suoi occhi,

in laghi montani e distesi

lungo il perimetro degl’oceani;

sferza di vento su dune delicate

e sussurro tra calanchi fondi la sua voce.

Sparisce oltre un battente rosso

Lei che della purezza porta il nome

E della neve da poco stesa la somiglianza;

la immagino indifesa dormiente

la immagino annuncio di primavera

e solstizio d’inverno, la immagino

chissà dove, oltre quel battente, fuori dal bar.

Nuvole d’Oggi (componimento esplorimentale)

Ero tornato ad Arezzo da pochi mesi (circa aprile 2016), non lavoravo, trascorrevo perciò molte mattine in biblioteca. Qui vidi per la prima volta la donna ispiratrice dei versi che seguiranno, in quell’occasione la osservai soltanto, seduta intenta a studiare pesanti volumi, finché se ne andò senza sapere di aver impressionato profondamente un uomo.

La rividi una notte in piazza, iniziava a fare caldo, si ballava all’aperto, gli scalini diventavano panchine e i baristi scherzosi e più generosi del solito. Danzai con molte persone, proprio lei non accettò l’invito. Così lavorai sulle parole che gravitarono per giorni intorno all’episodio, tirai in ballo  il caso, il destino, le Parche, gli oracoli ed i misteri della notte, rimanendo impantanato per giorni, senza conclusione. Un giorno, casualmente, avevo quasi abbandonato il componimento, la vidi ancora, proprio in biblioteca; era nuvoloso, l’incontro tra presente e memoria mi suggerì una conclusione.

 

Forse, le nuvole d’oggi

Hanno storto qualche dettaglio

Della sua o mia espressione,

così, la primavera di labbra esili

non è stata più quel ricordo.

Inciampati l’uno sull’altra

mentre il manto della notte,

senza novero dei bicchieri

vestimmo a stento,

Ne vidi la danza:

un invito, costrinse qualcosa di lei

a rispondere no.

Se avessimo danzato,

non saremmo volti familiari

fin troppo sconosciuti ora

che non segue una stretta di mano

al saluto.

Forse, le nuvole d’oggi

Hanno imbevuto l’ombre col tempo,

non ho riconosciuto lei

ch’è stata d’ogni donna entelechía

d’ogni naufragio il sussulto.

Non riconosco le parole

Che la descrissero,

neanche ho alzato il capo,

ad altro intento chino

avrei trovato il suo.

Forse le nuvole d’oggi

Hanno dissolto il manto e smarrito

A stento, d’un mistero la forza

Ch’è stato dono inatteso

Ora fioco,

sotto iridi non più simili al diaspro moro.

Interrogherò la notte

Sul fremito del giorno andato,

sarà forse oracolo del perché

il gesto di Lachesi, o chi per lei

abbia adombrato i portoni e recisa

dalla sua strada la mia,

persa inseguendo la mia vita,

lei la sua, che non immagino.

Atemporale (componimento esplorimentale)

Questi versi nascono circa un mese fa, quando ho conosciuto una ragazza molto più giovane di me ed ho capito di essere il soggetto della sua infatuazione. Per tre giorni ho meditato parole, vagliato sentimenti con introspezioni scritte, lasciato che emergessero immagini dall’amalgama di tutto ciò. Atemporale è il risultato del processo, atemporale è il sentimento che ha dato slancio all’esigenza poetica, atemporale è il ricordo che io e quella ragazza avremo dell’incontro, intenso e drammatico: un po’ meno atemporale per lei, perché non sa che ho scritto questi versi.

Non possiamo amarci

Il fiume del tempo

Ha sponde troppo distanti.

Ninfea delicata, galleggi

Sui dubbi e le burrasche della giovane età;

eppure quanta, quanta beltà

nelle domande sincere, madide

d’una ingenuità che io ho perso,

e quale tenerezza sentirle  al vento

sposate e all’imbarazzo

d’un corteggiamento esitante.

Amarci non possiamo, e va bene,

dei tuoi libri e delle mie avventure

parleremo ancora e quando

raccontando ai figli cresciuti la storia nostra,

sul ricordo esitando ancora vivo sarà

questo presente, e la forma d’un sorriso assorto

avrà per qualche secondo.

Faro di Piave Vecchia

Un ronzio costante insidia 30039 dall’alto, un oggetto ad eliche è fermo sopra la sua testa scarmigliata. “Sembra un’ape gigante, a che serve questo drone bianco? Qualcuno osserva dalla telecamera che ruota a 360° gradi” volta la testa in direzione sud ovest, dove il faro spicca compatto e statico dal lembo di terra delineante la foce del Sile.  Nella spiaggia affollata da coppie, famiglie e lucertole da sdraio del fine settimana, 30039 siede su un rettangolo di asciugamano lontano dalla battigia. Chiudendo il quaderno amaranto libera le gambe dall’incrocio malfatto del loto e allunga i muscoli intorpiditi.

“Faro di Piave Vecchia, soggetto di tutti i disegni che ho trovato nell’appartamento, ammetto che la scoperta mi ha turbato e incuriosito non poco. Devo saperne di più, sia sul faro che sugl’ultimi inquilini dell’appartamento uno. Fare ricerca sul faro e domande discrete sul personale della scorsa stagione: da aggiungere all’agenda”. Ripone il quaderno nello zaino nero con l’incuranza precisa di chi ha trasformato una procedura in abitudine e alzandosi solleva il telo che scrolla come un lenzuolo appena tolto dall’oblò d’una lavatrice.

 

Uno dei baristi del chiosco, l’ultimo sul lungomare prima della foce del Sile, ha detto che il Faro è zona militare, presidio della capitaneria di porto. Calvo nella parte superiore del cranio e rasato a pelle ai lati, mento e zigomi appuntiti, smilzo, ha l’espressione dell’ostinato e il sorriso di persona buona che fatica per ottenere ciò che altri raggiungono con meno sforzi, forse 47 anni.

 Ho chiesto informazioni sul Faro tra un’ordinazione e l’altra, in specifico ho domandato se sia possibile visitarlo, magari con qualche tour guidato. Essendo zona militare però, è impossibile, tuttavia non è indispensabile, ho lasciato parlare la curiosità bollente.

 Tornando all’introspezione,  doveroso annotare ciò che oggi mi è stato raccontato dal gestore del chiosco in piscina. Anche lui ben oltre i quaranta, segaligno e slanciato, sempre in creca di ostacoli da saltare con mosse improvvisate di parkour o notizie bizzarre su internet; assomiglia ad un attore che adesso non ricordo. Stavamo parlando del progetto, raccontare la figura dell’assistente bagnanti partendo dalle differenze rispetto ai colleghi conosciuti fino ad ora, eravamo appoggiati al bancone di marmo scuro in un momento di quiete assoluta: nessuno in acqua e solo tre persone sui lettini. Mi ha raccontato che ci sono due “bagnini”che mi somigliano molto nello stile di vita, ovvero vestiario e interessi, modo esprimersi ed esperienze simili. Li conosce bene, fanno servizio al mare, Torrette 7 e 13. Devo parlarci, per raccontare una storia è importante raccogliere materiale: intervista a bagnini, da aggiungere all’agenda.

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Nota 21/05/17

 

Mentre chiude il quaderno e ripone le penne nell’astuccio di tela rossa e marrone guarda ancora il faro “nessuno dei disegni è datato, anche se raccolgo informazioni sugl’inquilini dell’anno scorso non è sicuro che l’autore sia uno di loro”.

Cenno di saluto al barista del chiosco. Si allontana con andatura calma e costante, stringendo tra le mani abbronzate le cinghie dello zaino.

Assistente Bagnanti al chiosco lungomare

Basta un chiosco lungomare, i colori d’un pomeriggio sereno, uno spritz campari e il tempo libero appena finito il turno per raggiungere la condizione in cui posso affermare senza riserve d’esser felice.

2017-05-16 21.37.36Una distesa di quieto blu omogeneo il mare, acqua trasparente e orizzonte netto. La selezione musicale del chiosco è adeguata in ogni momento del giorno, funk, jazz, bossa nova, omogenei al ciclo del sole, in osmosi all’intensità del calore, calibrati al passo delle ombre. Almeno per oggi basta questo, domani chissà. D’estate il corpo si libera dalla mediazione dei vestiti, il piede radice nuda su sabbia e mattonelle fresche, la pelle sensore alla carica solare e l acqua marina, amniotico primordiale in cui tuffarsi e nuotare in giornate così.

Liberarsi, in questo caso da impegni e indumenti,  è anche librare, ovvero equilibrio momentaneo dell’organismo, inteso come insieme armonico, in cui tutto l’essere pensabile e percepibile in un momento è l’armonia in una canzone, quello che i mistici non descrivono ma mostrano con esempi, ciò a cui la filosofia si approssima e quel che nei libri rimane sottolineato.

Il sole  sceso nel frattempo, musica più bassa, FRSH di setole sul terreno e ombrelloni chiusi, l’ombra ha coperto spiaggia e umani che tornano dalla verso il chiosco carichi di lettini borse e asciugamani: non ho fatto il bagno.

Nota del 16/05/17 su quaderno Amaranto